Ieri tutti (o quasi) hanno parlato di antibiotico-resistenza. Oggi, che la polvere si è posata, lo facciamo noi: con più calma, più spazio e con un’intervista che vale davvero la pena leggere.
In occasione della Giornata Europea dell’Antibiotico-Resistenza abbiamo intervistato Domenico Schillaci, Professore Ordinario di Microbiologia presso il Dipartimento STEBICEF dell’Università degli Studi di Palermo, autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche e punto di riferimento nella ricerca di nuove strategie antimicrobiche.
Con lui abbiamo affrontato uno dei temi sanitari più urgenti del nostro tempo, troppo spesso percepito come lontano ma che, al contrario, condiziona già oggi il nostro presente.
Professore, perché oggi si parla di antibiotico-resistenza come di una condizione che ci riporta quasi all’era pre-penicillina?
L’antibiotico-resistenza è un’emergenza sanitaria globale, una vera pandemia silenziosa. Ogni anno provoca 35.000 morti in Europa e oltre un milione nel mondo, e le stime più attendibili parlano addirittura di dieci milioni di decessi all’anno entro il 2050. Stiamo mettendo in crisi uno dei pilastri fondamentali della medicina moderna: la capacità di curare e prevenire le infezioni batteriche. Se gli antibiotici perdono efficacia, torniamo di fatto alle condizioni precedenti alla scoperta della penicillina, quando un’infezione banale poteva diventare pericolosa per la vita. È uno scenario che non possiamo permetterci di ignorare.
Quali sono le cause principali di questa situazione? Quanto ha inciso l’uso improprio degli antibiotici in ambito umano e veterinario?
Le cause sono principalmente legate all’uso scorretto e abbondante degli antibiotici, non solo nella medicina umana ma anche negli allevamenti e in agricoltura. I batteri hanno una straordinaria capacità di adattarsi: più li esponiamo ai farmaci, più diventano resistenti. In Europa il consumo di antibiotici negli allevamenti supera addirittura quello umano, e l’Italia è tra i Paesi dove se ne usano di più negli animali da reddito. Il problema diventa ancora più grave quando negli allevamenti si impiegano antibiotici considerati di ultima scelta in ambito clinico, quelli salva-vita. Così si favorisce la comparsa di batteri resistenti che possono tornare all’uomo attraverso la catena alimentare o l’ambiente. È una dinamica pericolosissima.
Quali sono gli errori più comuni nella percezione pubblica degli antibiotici?
L’errore più diffuso è pensare che gli antibiotici siano efficaci contro qualunque tipo di infezione, comprese quelle virali. Non è così: gli antibiotici agiscono solo contro i batteri. Virus, funghi e altri microrganismi non rispondono a questo tipo di trattamento. Questa convinzione sbagliata porta molte persone a richiedere antibiotici anche quando non servono, favorendo così la comparsa delle resistenze. È un concetto che dovrebbe far parte della cultura sanitaria di base di tutti.
In che modo i medici di medicina generale e i farmacisti possono contribuire a contrastare questo fenomeno?
I medici di medicina generale svolgono un ruolo essenziale perché sono i primi a valutare quando un antibiotico è realmente necessario e a prescriverlo in modo appropriato. I farmacisti, dal canto loro, hanno un ruolo educativo fondamentale: sono spesso il primo interlocutore dei cittadini e hanno la possibilità di fornire informazioni corrette e chiare sull’uso responsabile degli antibiotici. È un lavoro di squadra che può fare una grande differenza.
Quanto pesa il comportamento dei cittadini nel favorire o limitare la diffusione delle resistenze? Quali atteggiamenti devono cambiare?
Il comportamento dei cittadini influisce moltissimo. Pratiche scorrette come interrompere la terapia appena si avverte un miglioramento o conservare antibiotici avanzati per usarli in autonomia sono tra i principali fattori che accelerano la diffusione delle resistenze. Inoltre, i cittadini possono incidere anche come consumatori: scegliendo prodotti provenienti da allevamenti in cui non si fa uso improprio di antibiotici, si può contribuire in modo significativo a ridurre la circolazione di batteri resistenti. La responsabilità individuale è fondamentale.
Molti pazienti cercano “l’antibiotico per guarire prima”. Come si può rispondere a questa convinzione errata?
Bisogna spiegare, con chiarezza e pazienza, che gli antibiotici non fanno guarire prima quando l’infezione è causata da virus (responsabili delle più comuni affezioni di tipo influenzale, specie in età pediatrica). In quei casi non servono e possono essere dannosi sul lungo periodo, perché indeboliscono l’efficacia futura del farmaco. È importante far capire che l’uso inappropriato non è un gesto innocuo: contribuisce a creare batteri sempre più difficili da trattare. È un messaggio semplice ma essenziale.
Quali conseguenze rischiamo di affrontare nei prossimi anni se non si interviene con decisione?
Le conseguenze sarebbero molto gravi. Interventi chirurgici, trapianti, chemioterapie, cure intensive, perfino un parto cesareo: molte procedure mediche moderne diventerebbero rischiose senza antibiotici efficaci. La medicina farebbe un salto indietro di decenni. Non è un’esagerazione dire che l’antibiotico-resistenza potrebbe rivoluzionare in negativo la nostra capacità di curare e salvare vite.
Quali strategie sanitarie ritiene più urgenti per contenere il fenomeno?
A dieci anni dal Global Action Plan dell’OMS (che ha riconosciuto la resistenza antimicrobica come una “sfida universale”), è evidente che servono interventi più concreti. Bisogna puntare su un uso realmente razionale degli antibiotici e ridurre drasticamente il consumo negli allevamenti. Occorrono controlli più severi e politiche coordinate a livello nazionale e internazionale. È una sfida complessa che richiede un impegno costante e condiviso.
Ci sono campagne o modelli internazionali efficaci che potrebbero essere replicati in Italia?
Uno dei modelli più efficaci è quello che coinvolge i giovani. Da diversi anni, insieme ai colleghi microbiologi del dipartimento STEBICEF, incontriamo gli studenti delle scuole superiori per parlare direttamente con loro di antibiotico-resistenza. È un approccio che funziona, perché i ragazzi riportano quanto appreso alle proprie famiglie e contribuiscono a diffondere una nuova consapevolezza. Sarebbe molto utile estendere iniziative simili a tutto il Paese.
Qual è il messaggio più importante che vuole lasciare ai cittadini?
Il messaggio è semplice ma urgente: l’antibiotico-resistenza è una minaccia reale e globale e riguarda tutti. Ognuno di noi ha un ruolo nel contrastarla. Serve maggiore consapevolezza, un uso responsabile degli antibiotici, una drastica riduzione del loro impiego negli allevamenti e un forte sostegno alla ricerca scientifica. Il concetto di One Health, che unisce salute umana, animale e ambientale, è la chiave per affrontare questa sfida. È davvero il momento di agire.»