La Memoria non è innocua

La Memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza”, dice Liliana Segre.
E come ogni vaccino, non elimina il rischio una volta per tutte: lo riduce, lo allena, ci ricorda che siamo vulnerabili.

La giornata di oggi viene spesso raccontata come un dovere civile, una ricorrenza necessaria, un momento di raccoglimento collettivo. Ma il pericolo più grande della Memoria non è l’oblio: è l’abitudine. Quando il ricordo diventa formula, quando si ripete senza più interrogare, perde la sua forza più autentica: quella di disturbare.

La Memoria vera non consola. Non pacifica. Non assolve. La Memoria autentica chiede conto di ciò che siamo oggi, non solo di ciò che è stato ieri.

Ricordare la Shoah non significa soltanto guardare indietro con orrore; significa guardare intorno a noi con lucidità. Significa riconoscere che l’indifferenza non è mai stata un’assenza di emozioni, ma una pratica quotidiana, spesso comoda, spesso silenziosa. L’indifferenza non nasce nei campi di sterminio: nasce molto prima, quando si smette di vedere l’altro come parte del proprio orizzonte morale.

Perché l’indifferenza non è fatta solo di grandi complicità, ma di piccole rinunce: di sguardi distolti, di battute lasciate correre, di ingiustizie normalizzate, di violenze minimizzate perché “non ci riguardano”.

Tra queste rinunce ce n’è una che raramente viene riconosciuta come tale, perché si presenta come equilibrio, prudenza, persino rispetto: il conflitto evitato, il silenzio che prende il posto del dialogo, l’assenza di parole scambiata per neutralità. Ma il silenzio, quando serve solo a proteggerci, quando preserva la nostra quiete a scapito della dignità altrui, non è mai innocente.

È in quel vuoto di parole che l’indifferenza smette di essere passiva e diventa una scelta. Ed è qui che le parole di Liliana Segre diventano radicali. Parlare di “vaccino” implica una responsabilità attiva. Un vaccino funziona solo se viene somministrato, se entra nel corpo, se provoca una reazione. La Memoria, allo stesso modo, deve attraversarci. Deve farci male. Deve incrinare le nostre certezze, persino l’idea rassicurante che abbiamo di noi stessi.

La giornata di oggi non serve a ricordare che il male esiste. Questo lo sappiamo già. Serve a ricordarci che il male prospera quando diventa invisibile, quando viene diluito nel linguaggio, quando si nasconde dietro la normalità.

Ricordare, però, significa anche sottrarre la Memoria alla retorica. Rifiutare l’idea comoda che tutto questo appartenga a un passato chiuso, archiviato, irripetibile. La storia non si ripete mai allo stesso modo, ma certi meccanismi sì: la disumanizzazione, la costruzione del nemico, l’abitudine all’ingiustizia, la delega morale.

La Memoria, allora, non è un monumento: è una domanda aperta. Non è un giorno sul calendario: è un esercizio quotidiano di attenzione. Non è un “mai più” pronunciato una volta l’anno, ma un “ora” che ci chiama in causa.

Oggi, più che commemorare, dovremmo accettare una domanda scomoda: non se ricordiamo abbastanza, ma se stiamo imparando qualcosa. Perché la Memoria non fallisce quando viene dimenticata, fallisce quando viene ricordata senza conseguenze.

Liliana Segre ci ha consegnato parole non per essere ripetute, ma per essere portate addosso, come un peso. Testimoniare, infatti, non significa solo raccontare ciò che è stato, ma scegliere ogni giorno da che parte stare, anche quando non conviene, soprattutto quando costa.

Se la Memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza, allora la vera domanda non è se lo possediamo, ma se siamo disposti a lasciarlo agire. Perché ogni vaccino provoca una reazione. E se non fa male, se non ci cambia, se non incrina i nostri silenzi più comodi, forse non è la Memoria ad essere debole. Forse siamo noi a non voler guarire.

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