Ci sono morti che non fanno rumore, ma lasciano un silenzio assordante.
Con la scomparsa di Agostino Profeta, nato a Licata, la Sicilia perde molto più di un artista: perde un pezzo della propria anima.
Agostino Profeta era considerato l’ultimo puparo agrigentino, ma prima ancora era un siciliano autentico, uno di quelli che non hanno mai smesso di credere che la cultura non sia intrattenimento, ma radice, memoria, identità.
Tra le sue mani prendevano vita i pupi, ma in realtà prendeva vita la Sicilia stessa: quella dei paladini, dell’onore, delle storie tramandate a voce, della poesia popolare che resiste al tempo e all’oblio.
L’Opera dei Pupi non era per lui uno spettacolo da museo. Era respiro quotidiano, era voce roca, era sudore, era sacrificio. Era il modo più sincero di dire a questa terra: io non ti dimentico.
E oggi che lui non c’è più, il rischio è che sia la Sicilia a dimenticare sé stessa.
Licata perde uno dei suoi figli più veri. La provincia di Agrigento perde un testimone. L’Isola intera perde un guardiano silenzioso che, lontano dai riflettori, ha continuato a tenere accesa una fiamma antica, fragile, ma fondamentale.
La sua morte ci costringe a una domanda scomoda: chi custodirà adesso la nostra storia?
Chi racconterà ai bambini che questa terra non è solo cronaca, emergenze e partenze, ma anche bellezza, tradizione e orgoglio?
Agostino Profeta non se ne va davvero.
Resta nei pupi che ha animato, nelle storie che ha raccontato, in ogni siciliano che sente di appartenere a questa terra non per nascita, ma per amore.
Oggi la Sicilia è più povera.
Ma ricordarlo è già un atto di resistenza.