Questione morale all’Ars: non bastano più silenzi e imbarazzi

Diciassette tra deputati e assessori regionali coinvolti, a vario titolo, in vicende giudiziarie. La responsabilità penale spetta ai magistrati e vale per tutti la presunzione di innocenza. Ma la politica non può sottrarsi a una domanda diversa: quale idea delle istituzioni emerge dai comportamenti raccontati dalle inchieste?

C’è un punto oltre il quale la questione non può più essere liquidata come una successione di singoli casi giudiziari. La fotografia pubblicata oggi da Repubblica, che ricostruisce una lunga serie di vicende che coinvolgono esponenti della politica regionale siciliana, impone una riflessione che riguarda prima di tutto la qualità della politica e l’esercizio del potere.

Occorre partire da una premessa imprescindibile: essere indagati non significa essere colpevoli. La responsabilità penale è personale, si accerta nei processi e fino a una sentenza definitiva vale la presunzione di innocenza. È un principio costituzionale che non può essere piegato alle convenienze politiche del momento.

Ma proprio all’Assemblea regionale, già nel luglio 2025, era stata posta una distinzione importante: accanto alla responsabilità penale esiste una dimensione etica e politica, che riguarda l’opportunità dei comportamenti e il modo in cui viene esercitata una funzione pubblica.

Ed è su questo terreno che la situazione siciliana merita una discussione seria.

Prestiti e passaggi di denaro in contanti, consulenze, incarichi, favori contestati dagli inquirenti, fino ai soldi che secondo le ricostruzioni investigative sarebbero stati nascosti nelle bomboniere: presi nel loro insieme, gli episodi raccontati dalle cronache restituiscono l’immagine di una degenerazione del rapporto tra politica, interessi personali e gestione del potere. Non significa anticipare sentenze né affermare che ogni contestazione sarà confermata. Significa chiedersi se tutto ciò possa essere considerato normale.

Non lo è.

Il problema più profondo rischia di diventare proprio l’assuefazione. Una sorta di rassegnazione collettiva per cui a ogni nuova inchiesta segue qualche giorno di polemica, poi il silenzio, fino al caso successivo. Come se consulenze, raccomandazioni, relazioni personali e denaro che gravitano attorno all’esercizio di una funzione pubblica appartenessero inevitabilmente alla fisiologia della politica.

È questa normalizzazione che dovrebbe preoccupare.

La Sicilia ha bisogno di istituzioni nelle quali il potere venga percepito per ciò che dovrebbe essere: una responsabilità temporaneamente affidata dai cittadini, non una disponibilità personale da utilizzare per costruire reti di favori, relazioni o convenienze.

Il tema, peraltro, non nasce oggi. Negli ultimi mesi la stessa esistenza di una “questione morale” è entrata ripetutamente nel dibattito politico regionale. A luglio il presidente della Regione Renato Schifani, intervenendo all’Ars, rivendicava una linea fondata su «rigore, trasparenza e rispetto delle istituzioni» e difendeva il garantismo come principio dello Stato di diritto. Già in precedenza le vicende riguardanti esponenti di primo piano della Regione avevano alimentato un confronto pubblico sull’etica nell’esercizio delle funzioni istituzionali.

Proprio per questo oggi non servono processi sommari. Ma non basta neppure rifugiarsi dietro la formula, pur sacrosanta, della presunzione di innocenza per evitare qualsiasi valutazione politica.

Garantismo e questione morale non sono concetti incompatibili.

Il primo impedisce di trasformare un’indagine in una condanna. La seconda impone alla politica di pretendere da sé stessa qualcosa che viene prima del codice penale: trasparenza, sobrietà, rispetto delle istituzioni e una separazione netta tra interesse pubblico e interesse privato.

La politica siciliana dovrebbe allora avere il coraggio di interrogarsi non soltanto su chi sarà assolto o condannato, ma su come sia stato esercitato il potere e su quali comportamenti intenda considerare compatibili con l’onore di rappresentare i cittadini.

Perché una democrazia comincia a deteriorarsi anche quando ciò che dovrebbe provocare indignazione finisce semplicemente per non stupire più.

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