In Sicilia è in corso una rivoluzione silenziosa, ma profonda: sempre più giovani scelgono di laurearsi senza mettere piede in un’aula universitaria. È il boom degli atenei telematici, un fenomeno che nell’isola cresce più rapidamente che nel resto del Paese e che sta ridefinendo il rapporto tra formazione, mobilità e futuro.
Fino a qualche anno fa l’università “online” era vista come una strada secondaria, una scelta di ripiego per chi lavorava o non aveva altre possibilità. Oggi non è più così. Per molti studenti siciliani, soprattutto quelli provenienti dalle aree interne e dalle famiglie meno abbienti, la formazione a distanza è diventata l’unico modo per proseguire gli studi senza dover affrontare costi proibitivi: trasferimenti, affitti, trasporti. L’università tradizionale, con i suoi campus lontani e spesso mal collegati, fatica ancora a raggiungere la quotidianità della vita reale dei giovani.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: centinaia di nuovi laureati che, anziché abbandonare la Sicilia, decidono di restare. Studiano da casa, lavorano, aiutano le loro famiglie, e costruiscono un percorso formativo più compatibile con la fragilità economica dell’isola. È un dato che dovrebbe far riflettere la politica, prima di tutto.
Ma non c’è solo luce. La crescita delle telematiche pone interrogativi seri sulla qualità, sull’effettivo valore del titolo e soprattutto sulla capacità degli atenei — online o tradizionali che siano — di fornire competenze spendibili in un mercato del lavoro sempre più competitivo. La Sicilia rimane una delle regioni da cui i giovani continuano a partire in cerca di opportunità: il boom dei laureati a distanza potrà arginare questa emorragia solo se accompagnato da un sistema produttivo in grado di accoglierli.
E c’è un altro punto: l’università non è solo un luogo di studio. È comunità, incontro, contaminazione. L’online offre comodità, ma rischia di togliere ai ragazzi quella dimensione sociale che forma carattere, visione, capacità relazionali. Una regione che cerca di crescere non dovrebbe rinunciare a investire sugli spazi fisici della cultura, sulle aule, sulle biblioteche, sulle città universitarie.
Il boom dei laureati a distanza è un segnale potente, che racconta un’esigenza e insieme una mancanza. I giovani siciliani non hanno smesso di volere istruzione: hanno smesso di credere che l’isola gliela possa offrire nelle condizioni adatte.
La sfida, ora, è tutta politica. La Sicilia può scegliere: o interpretare questo fenomeno come un ripiego — e dunque subirlo — o trasformarlo in un’occasione per reinventare il sistema universitario regionale, rafforzare quello tradizionale, migliorare la qualità dell’offerta online e soprattutto creare lavoro qualificato.
Perché un’isola che si laurea da casa va bene. Ma un’isola che costringe i suoi giovani a non muoversi da casa, invece, non va affatto bene.