Ciao Enzo, il dovere di ricordare chi andava incontro alla vita con un sorriso

di Francesco Lauricella
A oltre vent’anni dalla morte di Enzo Baldoni, pubblicitario, giornalista freelance, blogger e volontario della Croce Rossa rapito e ucciso in Iraq nel 2004, resta il compito civile di custodire la sua voce: quella di un uomo innamorato della vita, capace di attraversare il mondo con curiosità insaziabile, ironia e ostinata fiducia.
Ci sono vite che, anche quando vengono spezzate, non smettono di camminare. Restano nei racconti di chi le ha conosciute, nei gesti di chi le ha amate, nelle parole che tornano a germogliare ogni volta che la memoria sembra sbiadirsi. Enzo Baldoni è una di queste vite: pubblicitario, traduttore, blogger, viaggiatore, volontario, giornalista per passione e per necessità interiore.
Nell’agosto del 2004 era arrivato in Iraq per raccontare un Paese ferito, attraversato dalla violenza, dall’occupazione, dalla paura. Aveva un accredito del settimanale Diario, ma soprattutto portava con sé uno sguardo libero e obliquo, capace di fermarsi sulle storie laterali che spesso sfuggono alla cronaca più rumorosa. Nei suoi reportage la pietà conviveva con l’ironia, la lucidità con la tenerezza, il racconto del conflitto con l’attenzione per i feriti, i civili, gli ultimi, per chi continuava ostinatamente a voler vivere anche quando tutto intorno sembrava perduto.
Il 21 agosto, dopo aver partecipato a delle missioni umanitarie, venne rapito nei pressi di Najaf da un gruppo armato. Cinque giorni dopo, il 26 agosto, giunse in Italia la notizia della sua uccisione. A Licata, dove la moglie trascorreva parte delle vacanze estive con la madre e i figli, quella notizia cadde con la violenza improvvisa di un vetro infranto. Il Paese capì allora che un uomo di pace, partito per raccontare la guerra, era stato inghiottito dalla stessa ferocia che aveva provato a descrivere.
Per molti, quel nome non era sconosciuto. Chi aveva attraversato le pagine di Linus, di Diario, di altri giornali e riviste, lo aveva incontrato come si incontra una voce laterale e necessaria: una voce capace di raccontare il mondo.
Baldoni traduceva Doonesbury, inseguiva storie in luoghi remoti senza trasformare il dolore altrui in avventura personale. Guardava la realtà di traverso, non per deformarla, ma per vederla meglio. In una sua pagina, l’ultimo dei disperati poteva apparire come un eroe e il carismatico leader militare rivelare all’improvviso una fragilità, un tic, una passione calcistica, una incrinatura.
Era un sognatore di razza, di quelli che la vita la vivono senza risparmiare il cuore. Il mondo non gli bastava guardarlo da lontano: voleva attraversarlo, percorrerne le strade invisibili ai più, ascoltarne le voci più scomode, annusarlo. Le sue parole avevano qualcosa di fisico. Facevano sentire la polvere, il fango, il sudore, l’umidità delle notti insonni, il puzzo acre che rimane dietro le grandi narrazioni della guerra.
Non cercava la frase memorabile per compiacersene. Cercava parole capaci di restituire presenza a ciò che rischiava di diventare statistica: un ferito, un bambino, un interprete, una città assediata, una vita qualunque nel punto in cui la violenza la rende impossibile. Per questo ricordarlo non è un esercizio di nostalgia. È un dovere di sguardo, prima ancora che di memoria.
Nei giorni del sequestro ci fu chi provò a ridurlo a imprudente, a spiegare che il problema fosse lui e non la guerra che stava guardando in faccia. Ricordare Enzo Baldoni significa respingere anche quella cattiveria postuma: la disumana ferocia prezzolata di chi giudica da una scrivania, la tentazione di trasformare il coraggio in torto, l’idea che raccontare il dolore degli altri sia una colpa.
Baldoni andava incontro alla vita con un sorriso che non era ingenuità, ma scelta. Sapeva che il male esiste, che la violenza può essere cieca, che il mondo non si lascia salvare da un articolo. Eppure, continuava a credere che una storia ben raccontata potesse fare la differenza. Non cambiare tutto, forse. Ma restituire un nome, un volto, una dignità. E a volte questo è già un atto di pace.
Oggi, oltre vent’anni dopo, il ricordo di Enzo Baldoni resta vivido, perché rimane necessario. Le guerre non sono finite, non sono finite le atrocità, non è finito il bisogno di giornalisti capaci di stare nel punto esatto in cui il dolore chiede di essere visto. Ricordare significa continuare a raccogliere la sua lezione: non accontentarsi delle apparenze, cercare l’umano anche dove tutto sembra negarlo, dare voce a chi non ne ha. È lì che comincia la memoria. Ed è lì, forse, che può ancora cominciare la pace.

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