Ci sono paure che restano. Restano anche quando le luci si spengono, quando l’attenzione mediatica si sposta altrove, quando la cronaca si fa cronologia e il fatto si dissolve nel tempo. Il caso Garlasco – che in questi giorni torna a occupare le pagine dei giornali dopo la clamorosa riapertura dell’inchiesta – è una di quelle ferite aperte che fanno paura. Non solo perché racconta di un omicidio irrisolto, ma perché ci ricorda quanto può essere fragile la fiducia nella giustizia, e quanto possa fare male non sapere dove stia davvero la verità.
Ma non è l’unica paura che attraversa il nostro presente. Ce n’è un’altra, più sottile ma altrettanto insidiosa: la paura di vedere smontati, uno dopo l’altro, i presìdi di legalità che dovrebbero proteggerci tutti. In questo senso, suonano forti – e non vanno ignorate – le parole del procuratore capo di Agrigento, Giovanni Di Leo, che pochi giorni fa ha lanciato un monito chiaro e severo contro l’eliminazione del reato di abuso d’ufficio, definendola una scelta che rischia di “disarmare lo Stato” davanti ai comportamenti illegittimi nella pubblica amministrazione.
Una riflessione che merita attenzione, soprattutto in un momento in cui, proprio ad Agrigento, è in corso una delle inchieste più vaste e delicate degli ultimi anni, su appalti truccati, mazzette, e un presunto sistema di potere che avrebbe inquinato la gestione dei fondi pubblici. Togliere uno strumento d’indagine come l’abuso d’ufficio, proprio adesso, è come alzare bandiera bianca davanti alla corruzione.
E ancora: fa paura la leggerezza con cui si guarda ai controlli antimafia, trattandoli – come ha fatto Matteo Salvini – come un ostacolo burocratico da “semplificare”, soprattutto in vista del Ponte sullo Stretto, un’opera gigantesca che richiederà miliardi di euro e che, senza adeguati controlli, potrebbe trasformarsi in un banchetto per le organizzazioni criminali. Salvini vorrebbe “snellire le procedure”, ma qui non si tratta di iter farraginosi: si tratta di trasparenza, di prevenzione, di protezione dell’interesse collettivo.
Garlasco, l’abuso d’ufficio, i controlli sul Ponte: temi apparentemente lontani, ma uniti da un filo invisibile e fortissimo. La paura che fa la legalità, quando viene tradita o aggirata. E la paura che ci resta, ogni volta che vediamo lo Stato arretrare, ogni volta che le garanzie diventano optional, ogni volta che l’etica pubblica viene piegata al compromesso.
Questo non è il tempo della semplificazione. È il tempo della responsabilità.
Abbiamo bisogno di più legalità, non di meno. Di più verità, non di più silenzi.
Di uno Stato che protegga, vigili, indaghi, ma soprattutto che non dimentichi.