L’eclissi della politica siciliana: la Sicilia ha bisogno di tornare a vedere la luce

Mentre la Luna si oscura nel cielo dell’Isola, la politica siciliana entra lentamente nel clima elettorale. Ma ai cittadini, prima ancora di candidati, coalizioni e date, servono una visione, obiettivi concreti e soprattutto una parola troppo spesso dimenticata: programmazione.

Questa notte abbiamo alzato gli occhi al cielo.

Una profonda eclissi parziale ha oscurato quasi completamente la Luna, regalando anche alla Sicilia uno degli spettacoli astronomici più suggestivi dell’anno.

Una Luna quasi completamente oscurata, destinata però a ritrovare poco dopo la propria luce.

È difficile non vedere in questa immagine una metafora della Sicilia di oggi.

Perché anche la politica siciliana sembra essere entrata in una sorta di eclissi.

Non necessariamente un’eclissi fatta soltanto di crisi, ma certamente una fase nella quale diventa sempre più difficile distinguere con chiarezza quale sia la direzione verso cui l’Isola intende camminare.

Mentre ci avviciniamo alla conclusione della legislatura regionale, la politica ha già cominciato inevitabilmente a interrogarsi sul prossimo appuntamento elettorale.

Si discute di date, di possibili anticipazioni, di candidature, di ricandidature, di alleanze e di nuovi equilibri. Da tempo circolano ipotesi e scenari differenti sulla data delle prossime elezioni regionali, mentre il dibattito politico appare ormai apertamente proiettato verso il prossimo confronto con gli elettori.

Ed è proprio questo il punto.

La Sicilia può permettersi di trascorrere il tempo che ci separa dalle elezioni parlando soltanto delle elezioni?

La risposta dovrebbe essere no.

Perché ai siciliani interessa certamente sapere chi governerà domani. Ma interessa ancora di più sapere come sarà governata la Sicilia domani.

E soprattutto quale Sicilia vogliamo costruire nei prossimi dieci o vent’anni.

Il problema non è semplicemente stabilire chi sarà il prossimo presidente della Regione o quali partiti formeranno la prossima maggioranza.

Il problema è costruire una visione.

Una parola apparentemente semplice, ma tremendamente impegnativa.

Perché avere una visione significa sapere dove vogliamo portare la Sicilia.

Significa stabilire oggi come dovranno essere la sanità, i trasporti, la gestione dell’acqua, l’agricoltura, il turismo, la scuola, l’università, le infrastrutture, l’energia e il sistema produttivo siciliano fra dieci anni.

Significa chiedersi quale futuro offriremo ai nostri giovani e soprattutto cosa possiamo fare affinché partire dalla Sicilia diventi finalmente una scelta e non una necessità.

La parola dimenticata: programmazione

C’è allora una parola che dovrebbe tornare prepotentemente al centro della politica siciliana.

Programmazione.

Forse è proprio questa una delle parole che abbiamo maggiormente dimenticato.

Per troppo tempo siamo stati abituati a una politica dell’emergenza.

Arriva la siccità e affrontiamo la siccità.

Scoppiano gli incendi e affrontiamo gli incendi.

Aumentano le liste d’attesa e interveniamo sulle liste d’attesa.

Mancano medici e infermieri e cerchiamo medici e infermieri.

Le strade diventano impraticabili e cerchiamo le risorse per ripararle.

I giovani lasciano la Sicilia e improvvisamente scopriamo il problema dello spopolamento.

Ma governare non può significare soltanto rincorrere le emergenze.

Governare significa soprattutto prevederle.

Programmare significa avere il coraggio di guardare oltre la prossima finanziaria regionale, oltre il prossimo sondaggio e soprattutto oltre la prossima elezione.

La Sicilia ha bisogno di un progetto che abbia almeno un orizzonte decennale.

Un progetto nel quale le risorse regionali, nazionali ed europee non siano considerate semplicemente somme da spendere, ma strumenti attraverso i quali realizzare una strategia complessiva.

Quale rete sanitaria vogliamo avere nel 2035?

Come intendiamo affrontare una crisi idrica che non può più essere considerata eccezionale?

Quale sistema ferroviario vogliamo costruire?

Come collegheremo le aree interne con Palermo, Catania e Messina?

Come intendiamo utilizzare realmente i nostri porti e aeroporti?

Quale ruolo dovranno avere agricoltura, turismo, cultura, innovazione ed energia nell’economia siciliana?

E soprattutto: quanti dei nostri ragazzi riusciremo a convincere a costruire qui il proprio futuro?

Sono queste le domande sulle quali dovrebbe misurarsi la prossima campagna elettorale.

Non basta amministrare. Bisogna indicare una direzione

Sarebbe ingeneroso sostenere che in Sicilia nulla sia stato fatto.

Ci sono risultati raggiunti, opere avviate, investimenti programmati, risorse disponibili e tante realtà pubbliche e private che ogni giorno lavorano per migliorare questa terra.

Ma proprio per questo diventa ancora più importante porre una domanda fondamentale:

dove vogliamo arrivare?

Perché avere risorse senza avere una strategia significa rischiare di disperderle.

Ed è qui che maggioranza e opposizione dovrebbero compiere uno sforzo ulteriore.

La politica siciliana dovrebbe tornare a confrontarsi non soltanto sui nomi, ma sulle idee.

Non soltanto sulle alleanze, ma sui programmi.

Non soltanto su chi sarà candidato, ma su cosa farà chiunque venga eletto.

Centrodestra, centrosinistra, Movimento 5 Stelle, forze autonomiste, movimenti civici e tutte le realtà che decideranno di partecipare alla competizione dovrebbero essere chiamati a presentare ai siciliani non semplicemente un programma elettorale, ma un progetto di Sicilia.

Con obiettivi verificabili.

Con tempi definiti.

Con risorse individuate.

Con responsabilità precise.

Perché la credibilità della politica si ricostruisce anche così: dicendo ai cittadini cosa si vuole fare e consentendo loro, cinque anni dopo, di verificare cosa sia stato fatto realmente.

Un popolo che continua a rialzarsi

C’è però qualcosa che nessuna crisi politica, economica o sociale è mai riuscita completamente a oscurare.

È la straordinaria capacità dei siciliani di rialzarsi.

La Sicilia ha attraversato difficoltà enormi.

Ha conosciuto emigrazione, disoccupazione, criminalità organizzata, isolamento infrastrutturale, crisi economiche, emergenze ambientali e ritardi amministrativi.

Eppure è ancora qui.

Produce cultura.

Produce imprese.

Produce eccellenze.

Produce ricerca.

Produce bellezza.

E soprattutto continua a produrre persone che, spesso contro ogni difficoltà, decidono di restare, investire, lavorare e costruire qualcosa nella propria terra.

Questo patrimonio umano non può essere considerato inesauribile.

La politica ha il dovere di accompagnarlo.

Il popolo siciliano non chiede miracoli.

Chiede una direzione.

Chiede di sapere dove stiamo andando.

Chiede una sanità nella quale potersi curare senza aspettare mesi.

Chiede infrastrutture degne di una regione europea.

Chiede acqua senza dover vivere ogni estate nell’incubo dell’emergenza.

Chiede opportunità di lavoro.

Chiede una pubblica amministrazione efficiente.

Chiede ai propri figli di poter scegliere se partire e non di essere costretti a farlo.

Chiede, in definitiva, una cosa molto semplice e allo stesso tempo difficilissima:

un futuro nel quale poter credere.

Aspettando che torni la Luna piena

Questa notte la Luna è entrata nell’ombra della Terra.

Per qualche ora abbiamo visto la sua luce diminuire fino quasi a scomparire.

Ma un’eclissi ha una caratteristica meravigliosa: sappiamo che finirà.

L’ombra passa.

La Luna resta.

Forse dovremmo augurare qualcosa di simile anche alla Sicilia.

Che possa terminare l’eclissi della politica costruita sul quotidiano, sulle emergenze, sulle contrapposizioni e sulle scadenze elettorali.

Che possa tornare una politica capace di guardare lontano.

Una politica che abbia il coraggio di programmare.

Di scegliere.

Di rischiare.

Di immaginare.

Perché le prossime elezioni regionali non dovrebbero essere semplicemente una competizione per stabilire chi governerà la Sicilia.

Dovrebbero diventare una grande occasione collettiva per decidere quale Sicilia vogliamo essere.

E forse il vero programma politico dovrebbe partire proprio da qui.

Da una domanda semplicissima da rivolgere a chiunque si candiderà a governare questa terra:

“Come immaginate la Sicilia tra dieci anni?”

Se riusciremo finalmente a ottenere risposte concrete a questa domanda, allora avremo già cominciato a uscire dall’eclissi.

Perché la Sicilia non ha bisogno soltanto di qualcuno che amministri il presente.

Ha bisogno di qualcuno che sappia illuminare il futuro.

Ha bisogno di una direzione.

Ha bisogno di un faro.

E soprattutto ha bisogno che quella Luna, oggi quasi completamente oscurata, torni ad essere piena.

Una Luna capace di illuminare la strada di una terra che, nonostante tutto, continua ostinatamente a rialzarsi.

Per noi, certamente. Ma soprattutto per i nostri figli.

E allora, mentre aspettiamo che l’eclissi passi e che sulla Sicilia torni finalmente una luce piena, non resta che augurarsi che la politica sappia ritrovare visione, coraggio, concretezza e, soprattutto, quella parola troppo spesso dimenticata:

programmazione.

Perché, diciamocelo, la campagna elettorale sembra essere già cominciata.

E se così è, che almeno sia una campagna fatta non soltanto di nomi, slogan, selfie e promesse, ma di idee, progetti e visioni capaci di indicare finalmente una strada.

E buona campagna elettorale a tutti.

 

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