L’imprenditore assassinato dalla mafia il 29 agosto 1991 aveva scelto di non piegarsi al racket. La sua battaglia resta un insegnamento di libertà e responsabilità civile per una terra che non può permettersi di dimenticare
Sono trascorsi 35 anni dall’assassinio di Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia il 29 agosto 1991 perché aveva avuto il coraggio di compiere un gesto che dovrebbe essere normale in una società libera: dire no al pizzo.
Questa mattina, alle 7.30, proprio nell’ora in cui venne assassinato, il suo ricordo è tornato in via Vittorio Alfieri, nel luogo in cui la mafia decise di spegnere la vita di un uomo che non aveva accettato di piegare la testa.
Ma ricordare Libero Grassi non può significare soltanto celebrare un anniversario.
Significa soprattutto interrogarsi sul valore del coraggio civile.
Grassi non era un magistrato, un poliziotto o un investigatore. Era un imprenditore. Un cittadino che voleva semplicemente esercitare liberamente il proprio lavoro senza dover chiedere il permesso alla mafia e senza dover pagare una tassa illegale per poter continuare a produrre, assumere, investire.
Il suo “no” fu per questo rivoluzionario.
Perché la mafia costruisce una parte enorme del proprio potere non soltanto attraverso la violenza, ma attraverso la paura, il silenzio e l’abitudine. Vive della convinzione che opporsi sia inutile, che sia meglio non vedere, non parlare, non denunciare.
Libero Grassi spezzò quella logica.
Scelse di parlare quando sarebbe stato più facile tacere. Scelse di denunciare quando sarebbe stato più conveniente pagare. Scelse la libertà pur sapendo che quella scelta avrebbe potuto avere conseguenze gravissime.
Ed è proprio qui che risiede la grandezza del suo esempio.
Il coraggio non è assenza di paura. È decidere che esistono principi più importanti della paura.
La mafia comprese perfettamente la pericolosità di quel gesto. Un imprenditore che dice “no” può diventare un esempio. E un esempio può contagiare altri imprenditori, commercianti, professionisti e cittadini. Può trasformare la rassegnazione in ribellione civile.
Per questo uomini come Libero Grassi sono stati e continuano a essere fondamentali per la Sicilia.
Sono uomini che hanno pagato con la propria vita la scelta di difendere una società nella quale la libertà non sia una concessione e nella quale nessuno debba pagare per poter esercitare un proprio diritto.
Ogni anno la famiglia continua a ricordarlo senza monumenti celebrativi: il marciapiede viene dipinto di rosso e viene affisso un manifesto scritto a mano. Una memoria semplice, quasi ostinatamente quotidiana, che riporta il ricordo dell’uomo prima ancora che del simbolo.
Ma trentacinque anni dopo bisogna avere anche il coraggio di porci una domanda: quanto abbiamo imparato dalla lezione di Libero Grassi?
La lotta alla mafia non può essere delegata esclusivamente alla magistratura e alle forze dell’ordine. È certamente repressione, indagini e processi, ma è anche cultura, scuola, economia, lavoro, politica e responsabilità individuale.
È soprattutto capacità di non voltarsi dall’altra parte.
Perché ogni volta che un imprenditore denuncia un’estorsione, ogni volta che un commerciante rifiuta il pizzo, ogni volta che un cittadino decide di non accettare un sopruso, ogni volta che un giovane comprende che la mafia non è potere ma negazione della libertà, il sacrificio di uomini come Libero Grassi acquista un significato ancora più grande.
La Sicilia ha avuto uomini e donne che hanno pagato un prezzo altissimo per affermare qualcosa che dovrebbe apparire scontato: questa terra appartiene ai cittadini, non alla mafia.
Il modo migliore per ricordarli, allora, non è soltanto deporre un fiore una volta all’anno.
È trasformare la loro memoria in comportamento quotidiano.
Libero Grassi aveva scelto da che parte stare. Lo fece apertamente, senza ambiguità e senza cercare compromessi.
Trentacinque anni dopo il suo “no” continua a parlare alla Sicilia.
E forse il modo più autentico per onorarne la memoria è fare in modo che quel “no” non rimanga il gesto eroico di un uomo solo, ma diventi finalmente il “no” collettivo di un’intera società.