Licata, ristorante costretto a chiudere per mancanza d’acqua. FIPE: «Disservizio intollerabile, servono ristori»

La crisi idrica a Licata non è più soltanto un disagio per le famiglie. Adesso arriva a fermare anche le attività economiche.

È quanto accaduto al ristorante “Il Granchio Blu”, costretto domenica 30 agosto a non aprire a causa della mancata erogazione del turno idrico previsto e del conseguente esaurimento delle proprie riserve d’acqua.

Una situazione particolarmente pesante per un’attività di ristorazione, dove la disponibilità continua di acqua è indispensabile non soltanto per il normale funzionamento del locale, ma soprattutto per garantire gli standard igienico-sanitari.

Sul caso interviene la FIPE Confcommercio Agrigento, che attraverso il presidente Giovanni Morello esprime solidarietà ai titolari e ai lavoratori del ristorante, estendendola a tutti i pubblici esercizi della provincia che si trovano a fare i conti con analoghi disservizi.

«Obbligare un locale ad abbassare la saracinesca nel pieno della stagione estiva, in una serata cruciale come l’ultima domenica d’agosto, per l’assenza di un bene primario, rappresenta un disservizio intollerabile», afferma Morello. «Le nostre imprese non possono pagare il prezzo di inefficienze gestionali altrui».

Il danno, infatti, non riguarda soltanto il mancato incasso di una serata. Ci sono le prenotazioni da annullare, i clienti da avvisare, le materie prime già acquistate, il personale e i costi di gestione che rimangono comunque a carico dell’impresa. A tutto questo si aggiunge il danno d’immagine per le attività e, più complessivamente, per una città che proprio nei mesi estivi dovrebbe puntare sull’accoglienza e sul turismo.

Il caso del Granchio Blu riporta quindi al centro una questione che a Licata si trascina ormai da tempo: la regolarità dell’approvvigionamento idrico e turnazioni che continuano a mettere in difficoltà cittadini e imprese.

FIPE chiede alle autorità competenti non soltanto interventi capaci di mettere fine ai continui disservizi, ma anche di valutare forme di ristoro per le aziende che subiscono danni economici direttamente riconducibili alla mancata erogazione dell’acqua.

«Non si può parlare di sviluppo turistico nella nostra terra se manca l’acqua nei rubinetti dei ristoranti», conclude Morello.

Una frase che sintetizza una contraddizione sempre più evidente: si chiede agli imprenditori di investire, creare occupazione, migliorare l’offerta turistica e garantire servizi di qualità, ma non sempre il territorio riesce ad assicurare loro neppure il più elementare dei servizi: l’acqua.

E quando un’attività commerciale è costretta a chiudere non perché mancano clienti o lavoratori, ma perché dai rubinetti non arriva acqua, la crisi idrica smette definitivamente di essere soltanto un’emergenza domestica e diventa un problema economico e sociale per l’intera città.

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