«In passato qualcuno ha confuso il diritto al lavoro con il diritto al reddito. I sussidi come il Reddito di cittadinanza deresponsabilizzano la società e atrofizzano le persone». Con queste parole, qualche giorno fa al Meeting di Rimini, la premier Giorgia Meloni ha rivendicato l’abolizione della misura bandiera del Movimento 5 Stelle.
Eppure, guardando ai dati forniti dall’Inps e messi a confronto da Repubblica, emerge un’altra realtà: in Sicilia otto ex percettori su dieci del Reddito di cittadinanza continuano a ricevere un sostegno economico, oggi chiamato Assegno di inclusione (Adi) o Supporto formazione e lavoro (Sfl). In sostanza, più che una cancellazione, si è trattato di una sostituzione con strumenti dai nomi diversi ma dalle logiche simili.
L’Assegno di inclusione, riservato agli “inoccupabili” (over 60, famiglie con minori o disabili), rappresenta la parte più consistente della nuova platea: in un anno e mezzo ne hanno beneficiato 175.382 siciliani, per un totale di 464.711 persone coinvolte, pari al 77,5% di quanti ricevevano il Reddito nel 2023. E l’importo medio è addirittura cresciuto: dai 610,80 euro mensili del Reddito ai 696 euro dell’Adi.
Il Supporto formazione e lavoro, pensato per gli “occupabili” che frequentano corsi o tirocini, ha invece raggiunto 30.574 siciliani. Sommando le due misure, 205.956 persone hanno ricevuto almeno una mensilità di sussidio: il 79% degli ex percettori del Reddito.
«Il discorso sull’assistenzialismo che divide il Paese tra Nord e Sud non è stato affatto superato – osserva Carmelo Gatto, direttore provinciale Inca Cgil di Catania – ma continua a sopravvivere sotto altre etichette».
I numeri confermano che la maggioranza di chi prendeva il Reddito continua a percepire un sostegno statale, con la differenza che oggi si chiama in un altro modo. In Sicilia, insomma, il Reddito non è stato cancellato: è stato solo ribattezzato.
Un approfindimento di Salvo Catalano su repubblica del 02 settembre ha sviscerato questi numeri.