Dopo mesi di attese, annunci e proclami, il dissalatore di Porto Empedocle è finalmente entrato in funzione. Almeno parzialmente. Un primo flusso da 50 litri al secondo è ora disponibile per rafforzare la rete idrica di Agrigento, una delle città più colpite dalla crisi idrica che ha devastato la Sicilia centro-meridionale negli ultimi mesi. Ma la domanda che in molti si pongono è una sola: perché solo adesso?
Un’emergenza annunciata
L’attivazione dell’impianto, sebbene rappresenti un passo in avanti, arriva con un ritardo che ha del clamoroso. La crisi idrica in Sicilia non è scoppiata ieri. Già dall’inizio del 2024 gli enti locali, i sindaci e le associazioni avevano lanciato l’allarme, mentre le dighe si svuotavano e i turni di erogazione si allungavano fino a due, a volte tre settimane.
Eppure, per mesi, il governo regionale ha preferito inseguire soluzioni tampone – autobotti, ordinanze emergenziali, scaricabarile con i gestori – ignorando le infrastrutture strategiche già presenti sul territorio. Il dissalatore di Porto Empedocle era lì, pronto a essere riattivato, ma è servita l’ondata di malcontento popolare e il rischio concreto di una rivolta sociale perché si passasse finalmente all’azione.
La retorica della “normalità”
Adesso si parla di “svolta”, si ringraziano tecnici e consorzi, si celebrano i 50 litri al secondo come se bastassero a colmare mesi di disattenzione istituzionale. Ma nessuno – dal presidente Schifani all’assessore al ramo – ha ancora spiegato perché la macchina regionale si è mossa con tanta lentezza, mentre intere comunità venivano lasciate senz’acqua.
Nel frattempo, territori come Licata, Gela, Palma di Montechiaro e Campobello di Licata vivono ancora turni insostenibili, con cittadini costretti a pagare due volte: per l’acqua che non arriva e per quella che devono comprare altrove.
Una lezione da non dimenticare
L’attivazione del dissalatore di Porto Empedocle, pur tardiva, dimostra che le soluzioni esistono. Ma servono visione, coraggio amministrativo e senso di responsabilità. La politica regionale – di fronte all’evidenza – ha preferito rimandare, tergiversare e proteggere interessi consolidati, anziché agire per il bene dei cittadini.
Se questo è un primo passo, che non sia l’ultimo. Ma che sia anche una lezione per la Sicilia intera, troppo spesso ostaggio di emergenze che si trasformano in normalità per colpa dell’inerzia.